L’arte dell’ascesa

O a proposito della pena minima obbligatoria nel mountain biking

Sono uno stupido, lo ammetto.
Come un qualche tipo d’insulso masochista, mi sottopongo ad alti livelli di fatica e sofferenza. Digrigno i denti. I polpacci piangono. Il cuore si gonfia. Il mantra “Dai cazzo!” echeggia in un cervello svuotato di sangue e ossigeno. Quattro ore di ascesa implacabile, superando i compagni di pedalata con lo scollinamento al passo che non è ancora a portata di sguardo. “Perché sono qui?”, “che cavolo sto facendo”, “odio i miei amici” sono i vaneggiamenti della delusione e dell’angoscia. Ma, non importa quanto sia stupida, non c’è altra scelta che continuare. L’alto è l’unica direzione verso cui procedere.

Straziandomi, la mia sella sfrega fino quasi a scorticare il mio deretano. L’avvicinarsi dei crampi minaccia di impossessarsi di ogni mio arto in movimento per congelarlo come nel rigor mortis. Il suddetto cuore si sente come se dovesse saltare fuori dalla mia gonfia gabbia toracica quasi come un alien impiantato per correre poi zuppo di sangue fino al letto. Il respiro è continuamente soffocato dallo sforzo di far correre le ruote senza rallentare. Scalo invano la marcia, rendendomi conto che sono già sul rapporto della vergogna, ma in qualche modo spero che un pignone più grande magicamente appaia sul mozzo posteriore della mia stanca cavalcatura. Guardo indietro per capire se il disco del freno sfrega dentro la pinza. Quando mi rendo conto, per la ventesima volta, che il pignone magico non esiste e che i miei freni sono a posto, mi alzo sulla sella, semplicemente per vedere se mi farà meno male, e la mia ruota posteriore scivola sul ghiaietto. Perdo l’equilibrio e, come una pallina da flipper ubriaca, scarto bruscamente tra le rocce e il bordo del sentiero, aggiungendo metri non necessari a una già epica scalata.
Questa è la salita, e proprio ora, se potessi, me ne sbarazzerei insieme a tutta la mia bici. Leggi tutto “L’arte dell’ascesa”

Agonismo e divertimento, un connubio impossibile? – Punto

Punto (*)
Racer depilati in lycra spesso mi passano sul sentiero. Ma chi se ne frega? Possono anche andare più forte di me, ma io sarò là fuori per tutto il giorno. Non mi preoccupa spremere i muscoli in vista della prossima seduta d’allenamento, perché non mi alleno. Mi ritiro da questo “sport”. Tale visione distoglie dalla maestosità del trail. Prendo a calci questi rider del nuovo sogno americano: corri, corri, corri! Possono raggiungere risultati importanti da un certo punta di vista ma ottengono poco da un altro, quello della qualità della vita.
Certo, sprinto sempre con i miei amici a fine sentiero. Mi aggrappo anche alla loro ruota posteriore e cerco di spingerli fuori dallo stretto single track per balzare in testa se l’umore è quello giusto. Ma quando cala l’impeto, è più divertente prenderci il nostro tempo. Ci fermiamo per nutrirci e parlare di come ci siamo quasi cappottati su quell’ultimo drop. Aggrediamo sezioni incazzate una dopo l’altra, poi ci fermiamo prima di grossi salti fino quando non riusciamo a chiuderli perfettamente, fino a quando l’esecuzione non è pulita e nitida come l’immagine che si siamo costruiti nella mente.

Leggi tutto “Agonismo e divertimento, un connubio impossibile? – Punto”