Fuga per il silenzio

Ognuno di noi sente periodicamente il bisogno di chiudersi all’interno di una bolla, una zona preziosa con tutto quello spazio vitale e quella barriera che ci separa dalla fastidiosa confusione del mondo esterno.
Parlando esclusivamente per me stesso, questa bolla viene quasi sempre fatta esplodere dal rumore. Quando la cacofonia di un mondo affollato entra nella testa e ti smonta la pace interiore. Ho il sospetto che questo sia il motivo per cui così tante persone indossano le cuffie in giro, per annullare la costante marea del rumore di fondo che sette miliardi di persone possono generare in movimento su un piccolo globo blu e verde.

Gli aeroporti sono i luoghi peggiori. Un mare di gente in transito, scaricate da auto e bus in grandi spazi cavernosi pieni di echi e ondate di messaggi trasmessi in più lingue, intervallati dagli squilli di avvisi e dal gracchiare delle statiche. Passando da spazi più piccoli a quelli più ampi, i rumori cambiano forma e intensità, diventando sempre più intimi con noi stessi quasi fossero la nuova colonna sonora del nostro mondo. Un viaggio aereo riesce sempre a scalfire la liscia superficie della mia anima, ogni volta. Arrivo a casa nervoso e irrequieto, addirittura infastidito dell’esile quiete che mi circonda.

Quindi, in questo relativo silenzio, si riaccende la fiammella del mondo familiare: il beep del forno a microonde, il cigolio della porta, il miagolio del gatto, il rumore attutito del traffico, il gorgoglio dell’acqua bollente sul fornello, il gemito quasi luttuoso del vento che penetra tra le frasche degli alberi. Tutto è tranquillo, ma non in silenzio. La casa è comunque un rifugio calmo in contrasto contro il massiccio muro sonoro della civiltà stratificata in movimento, un luogo distensivo che ancora i pensieri al loro posto e forza le mie riflessioni all’interno di uno spazio ovattato, tenendo fuori il caos.

In cima alla lista del mondo familiare si trova il ritmo regolare di uno schema ancora più naturale: il ticchettio della ruota libera e il suono fluido della catena ben lubrificata che scorre morbidamente sugli ingranaggi; lo scatto metallico delle tacchette sui pedali; lo schietto cigolio dello spostamento di peso avanti e indietro su quella sella che ha vissuto un po’ troppe stagioni; il crepitio regolare di una pedivella che ha visto giorni migliori; il sibilo degli pneumatici sull’asfalto umido che lascia il posto allo scricchiolio della ghiaia e al ronzio sordo della morbida terra quando inizia il sentiero; infine, il richiamo degli uccelli sopra di noi, il tonfo del battito cardiaco nelle orecchie e il raschiare del respiro affannato mentre spingo forte sui pedali in fuorisella, tenendo fuori quella miriade di voci voci metalliche delle ultime settimane dalla mia testa.

Una condizione che si può apprezzare solo quando si pedala da soli, senza alcuna conversazione che si intromette. Allo stesso modo, le cuffie e le playlist musicali non sono ammesse in queste pedalate. E questi giri non transitano vicino a sentieri ben frequentati da altre persone con la conseguente e inevitabile interazione sociale. È una pedalata meditativa. Come se il regolare scatto delle pedivelle e del reggisella offrisse la stessa capacità di messa a fuoco mentale di un mantra o di un rosario. Qualche dolce ora priva di sovraccarico sonoro – completamente antitetica a quella visione ipervitaminizzata della vita – che mi mi riporta indietro a qualcosa che assomiglia a un punto di bilanciamento, o almeno quello che mi serve per restaurare una sorta di equilibrio.

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