Taryu ni okinaru tachi o motsu koto

Taryu ni okinaru tachi o motsu koto
Uno scioglilingua che è quasi come un mantra, un suono in grado di liberare la mente dai pensieri. Una frase che non è altro che uno dei capitoli del Libro dei cinque anelli, manuale della strategia e della filosofia del combattimento. Ora vi chiederete, ma cosa c’entra con la mountain bike? Il testo di quello che è stato ritenuto il più grande spadaccino giapponese, già è stato fatto proprio dal mondo del management, che interpretò gli insegnamenti del maestro nell’ottica della competizione economica. Suddiviso in cinque sezioni che richiamano la simbologia dello spirito – il Vuoto – e dei quattro elementi – Terra, Acqua, Fuoco, Aria – è invece da leggere nel suo significato spirituale, un intenso cammino di auto perfezionamento.

Ora vi chiederete nuovamente, ma cosa può avere a che fare con le due ruote artigliate? Non è certo l’arte del combattimento che andiamo a cercare nell’affrontare le nostre uscite in bici, anche se ognuna di esse, nel lungo percorso della nostra vita a pedali, è una sfida con noi stessi, mirando a sviluppare armoniosamente il nostro feeling con il mezzo. Taryu ni okinaru tachi o motsu koto, un capitolo, il primo, del Libro dell’aria, non mi dilungo sui contenuti, limitandomi a meditare sul suo significato.
Nel mountain biking, capita di muoversi su un filo sottile di una lama, quello che separa mondi di concezione opposta… da una parte la ricerca della massima prestazione, dall’altra quella del divertimento a ogni costo. Da una parte la leggerezza come ragione di vita, dall’altra una totale indifferenza a essa. Da una parte escursioni alla ruota ridotte al minimo, dall’altra tali misure che crescono vertiginosamente.

Come dei guerrieri, che seguono la Via, gli uni amando il wakizashi, una spada corta, gli altri un tachi (spada in giapponese) molto lungo. Il nostro attrezzo come una spada… la nostra bici intesa come arma totale in grado di aggredire con successo sentieri di ogni tipo… Un segno di debolezza, nel nostro heiho (l’insieme delle pratiche guerriere) a ruote artigliate così come nell’arte della spada, è quello proprio di uno spirito che dipende dalla misura della sua arma. Molti di noi sono tentati a esagerare, secondo il motto “grosso è bello” o, citando un detto giapponese, issun te masari, ovvero “il vantaggio di un pollice”, come se la differenza tra vivere e morire, tra il superare un ostacolo o meno, dipenda da quei pochi centimetri in più delle sospensioni o dei freni o delle ruote.

Nel segno della ricerca della bici totale, qui soffermo il mio pensiero, la dottrina della full a lunga escursione – quel pollice in più – può convincere superficialmente, ma messa alla prova in circostanze reali, ragionando con la mente sgombra da preconcetti, mi accorgo quanto poco sia ragionevole. Significa uscire necessariamente sconfitti dal sentiero se disponiamo di una full da 130 mm, in mancanza di una 160 mm?
Quando siamo sul nostro singletrack preferito, stabilendo un contatto diretto tra la nostra mente e il terreno tramite le gomme della nostra bici, una mtb dalla corsa eccessiva rende difficile attaccarlo e addirittura quasi impossibile prendere il ritmo giusto per entrare in sintonia con esso, in sintonia con il flow che sarebbe in grado di donarci.
Diventa così un ostacolo e si è svantaggiati rispetto chi usa una full dalla corsa più corta – quel pollice in meno – ma comunque più adatta a trarne il massimo giovamento. In ogni caso, chi usa una bici sovradimensionata probabilmente adduce valide giustificazioni per la sua scelta, ragioni che ritengo del tutto personali. Ragioni che, dal punto di vista della Via, non hanno fondamento alcuno.

Infatti, è vero che chi usa un “coltellino svizzero” da 130 mm, deve essere necessariamente in inferiorità rispetto a chi usa una katana da 160? Anche quando la situazione presenta ostacoli naturali di ogni tipo? O anche in quelle situazioni in cui è necessario lavorare con il corpo, su sentieri tormentati per andamento e fondo, la preferenza per una bici più corposa negli aspetti chiave – escursione, freni, ecc – sottolinea un errore mentale. Infine, per chi non ha la forza fisica e la tecnica di guida necessarie per la giusta padronanza del mezzo, la corsa lunga non gli sarà congeniale.
Non disprezzo per partito preso le full a corsa lunga come bici totali, semmai lo spirito che porta ad affidarsi anima e corpo a esse. Un pensiero, una meditazione, una provocazione, da considerare attentamente.

Taryu ni okinaru tachi o motsu koto = ”Uso di una spada più lunga nelle altre scuole”. Primo capitolo del “Libro dell’aria”, quarto dei cinque che compongono “Il libro dei cinque anelli”, nato come manuale del perfetto guerriero, di Miyamoto Musashi (1584- 1645), il più celebre maestro di spada giapponese.

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Un pensiero su “Taryu ni okinaru tachi o motsu koto

  1. Io ero rimasta all’arte della guerra, ma credo che dovrò aggiornarmi vista questa meravigliosa recensione. UN saluto e BUone Feste 🙂

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