I piani esistono per essere mandati a monte

Almeno questa è stata la mia esperienza. L’unico aspetto positivo che è arrivato da una qualsiasi pianificazione di cui sono stato parte è stato un sano e condiviso senso di fallimento sentito da tutti colori che sono stati coinvolti nel suo dipanarsi. Guadagno una qualche misura di conforto da questa prova tangibile. Ogni singolo schema collassato e sogno imploso, conferma inoltre che l’entropia e il caos alla fine prevalgono su ogni altra cosa. Probabilmente questo non dovrebbe essere confortante, perché mette tutto l’agire del genere umano in una luce un po’ futile, ma così ho trovato una sorta di consolazione universale. Non che io sia un pessimista. Sono solo rassicurato dall’idea che se uno dovesse allontanarsi sufficientemente per raggiungere una visione abbastanza ampia, potrebbe vedere che siamo tutti sulla stessa barca, cosmicamente parlando. Leggi tutto “I piani esistono per essere mandati a monte”

La ricerca di una linea impossibile

È passato veramente tanto tempo da quando sono stato un passeggero in un viaggio per una distanza qualsiasi. Una sorta di desiderio inconscio di essere un camionista su lunghe tratte, forse, mi ha tenuto al posto di guida delle cose per i (pochi) viaggi recenti. Così è stata una sorta di piacevole sorpresa l’essere seduto sul tranquillo lato del passeggero con niente di meglio da fare che guardare per ore fuori dal finestrino. E mentre osservavo all’esterno un paesaggio brullo alla mia destra, mi sono trovato ad andare in cerca di sentieri, connettendo linee. Con un occhio socchiuso e un dito a tracciare, stavo creando un percorso immaginario attraverso promontori e altopiani, che passavano accanto come lampeggiando tra i montanti laterali della fiancata, saltando da collina a collina, giù in caduta libera e attraverso i ruscelli, tessendo impossibili nuovi percorsi attraverso le aghifoglie, con un trail a 130 chilometri l’ora che era eccezionale e completamente privo di conseguenze.

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L’arte dell’ascesa

O a proposito della pena minima obbligatoria nel mountain biking

Sono uno stupido, lo ammetto.
Come un qualche tipo d’insulso masochista, mi sottopongo ad alti livelli di fatica e sofferenza. Digrigno i denti. I polpacci piangono. Il cuore si gonfia. Il mantra “Dai cazzo!” echeggia in un cervello svuotato di sangue e ossigeno. Quattro ore di ascesa implacabile, superando i compagni di pedalata con lo scollinamento al passo che non è ancora a portata di sguardo. “Perché sono qui?”, “che cavolo sto facendo”, “odio i miei amici” sono i vaneggiamenti della delusione e dell’angoscia. Ma, non importa quanto sia stupida, non c’è altra scelta che continuare. L’alto è l’unica direzione verso cui procedere.

Straziandomi, la mia sella sfrega fino quasi a scorticare il mio deretano. L’avvicinarsi dei crampi minaccia di impossessarsi di ogni mio arto in movimento per congelarlo come nel rigor mortis. Il suddetto cuore si sente come se dovesse saltare fuori dalla mia gonfia gabbia toracica quasi come un alien impiantato per correre poi zuppo di sangue fino al letto. Il respiro è continuamente soffocato dallo sforzo di far correre le ruote senza rallentare. Scalo invano la marcia, rendendomi conto che sono già sul rapporto della vergogna, ma in qualche modo spero che un pignone più grande magicamente appaia sul mozzo posteriore della mia stanca cavalcatura. Guardo indietro per capire se il disco del freno sfrega dentro la pinza. Quando mi rendo conto, per la ventesima volta, che il pignone magico non esiste e che i miei freni sono a posto, mi alzo sulla sella, semplicemente per vedere se mi farà meno male, e la mia ruota posteriore scivola sul ghiaietto. Perdo l’equilibrio e, come una pallina da flipper ubriaca, scarto bruscamente tra le rocce e il bordo del sentiero, aggiungendo metri non necessari a una già epica scalata.
Questa è la salita, e proprio ora, se potessi, me ne sbarazzerei insieme a tutta la mia bici. Leggi tutto “L’arte dell’ascesa”